frosinone calcutta significato

Calcutta dà corpo a questa sensazione completamente innervata nella contraddizione con una coppia di versi che sento straordinariamente crudeli. I miei sono solo tentativi di capire perché questo ascolto non lasci indifferenti. Così si può stare in piedi da trentenni nel 2015: martoriati e sfatti, in perenne battaglia irrisolvibile con le ombre di noi, senza alcuna fiducia nelle ‘diete’ di sopravvivenza di cui il post-Duemila ci ha inondato a fasi cicliche (“tu bevi limonata e non ce la fai più”, Limonata), tentiamo di trasformare questa nuvola di sfiga in originali e sbrindellati ‘caratteri’, grotteschi e paraculi, carichi di un’autoironia che sfocia a turno in corrosione e/o autocommiserazione, forse aggrappati a un ideale ‘cosmico’ di sentimento, inteso come il segnale lontano di un quasar che non sappiamo cos’è ma che magari abbiamo colto in un istante. con la voce che dal suo exploit di livore è già rientrata in un tono intimo, affannato, come se questa frase l’avesse detta a se stesso, constatando lo sfacelo finale. È un lui in balia di se stesso, guidato da un’idea ‘pura’ di sentimento che fa a botte con lo sfacelo del suo stare in piedi. Un’amica del cui gusto non ho mai dubitato mi mette davanti, in preda a un entusiasmo non comune, il brevissimo album di Calcutta, Mainstream, del quale ignoravo l’esistenza. Frosinone, una topografia mai vista prima nel canzoniere italiano, diventa luogo-simbolo di questo senso di inadeguatezza personale: persino una cittadina mai centrale nel pallottoliere calcistico nazionale è riuscita ad avere una sua rivalsa, e il solo dirlo suona strano e bizzarro, ma a un livello più profondo è ugualmente un’altra forma di ferita. Ti chiedo scusa per l’appartamento e la rabbia che mi fa, Non ho lavato i piatti con lo Svelto e questa è la mia libertà. Ecco il testo di Frosinone di Calcutta tratto da Mainstream su Rockol.it. Poi, con una giravolta lirica di geniale intuito, Calcutta combina la prima metà del primo verso e la seconda del secondo. In quest’attività auto-censoria la revisione del sé, invece che sfociare in struggimento, si camuffa da gesto ridanciano. Naturalmente mi sbagliavo alla grande. Link, © 2020 Riproduzione riservata. Non solo: a storcere la bocca, si rischia di lasciarsi sfuggire una delle più efficaci descrizioni di un certo profilo umano tipo degli anni Dieci, combinazione implosa di disincanto al limite del livore, sarcasmo al limite della cattiveria, cinismo al limite della spietatezza verso se stessi. Ed è diventato inutile porre un qualsiasi filtro razionale: Mainstream, più di ogni altro lavoro comparso in quello specifico arco temporale, ha rivelato una forza popolare infestante. Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge E sotto una coltre di paraculismo di difesa, perdersi l’occasione di vedere il ‘segreto’ reale del personaggio cantato da Calcutta: che sia uno degli ultimi custodi di un’immagine pura e idealizzata del sentimento, al raro stadio del diamante grezzo, prima che esso, tra le macerie di un vivere imbruttito, si tramuti in disperazione cronica. © 2020 Riproduzione riservata. In caso di problemi scrivi a myrockol@rockol.it, {{ store.state.user.profile.displayName }}, Diodato - canta "Adesso" alla serata finale della Mostra del cinema di Venezia. Inserisci l'indirizzo e-mail fornito in fase di registrazione e richiedi il reset della Dipanatasi più per induzione reciproca che per dichiarata imposizione, l’aura di Edoardo D’Emme (vero nome del Calcutta), geneticamente modificata sulla sensibilità di Niccolò Contessa de I Cani, produttore di Mainstream e assurto al ruolo di nume, ha contribuito non poco a portare a compimento un processo di rinnovamento atteso, in un quadro musicale che stentava a rigenerare linguaggi, pur con tutta la loro corposa componente derivativa, più che idoli. Lei, ci dice lo stesso protagonista, è più probabilmente un incontro di qualche anno prima, ai tempi in cui l’età era più clemente sul corpo e i segni dell’autodevastazione non erano così evidenti. Con il locale di riferimento che dovrebbe aver già chiuso – probabilmente il Fanfulla, come da coordinata fornita dallo stesso Calcutta in Natalios – è l’ora di assorbire l’alcol in eccesso nella pizza cartonata di un egyptian ancora aperto (una “Pizza kebab”, si dirà pochi mesi dopo, coniando un’ulteriore iconografia). Calcutta è già stufo di quell'immagine e con il nuovo lavoro, più pulito, arrangiato e suonato professionalmente, vuole smentire l'estetica purista dell'esordio tra fai da te e bassa fedeltà Lyrics powered by www.musixmatch.com Uno che all’improvviso si mette a strillare e fa scenate, prima di ripiombare nel suo turbinio interiore senza consentire a nessuno di inserirsi nei suoi spiragli di lucidità. Apri un sito e guadagna con Altervista - Disclaimer - Segnala abuso - Privacy Policy - Personalizza tracciamento pubblicitario, DIAPASONE 200mg – Canzoni compresse orosolubili. Davanti a un cartone unto, è già tempo di autoanalisi, ripensando a “un paio di sbagli” commessi durante la serata. Una escape room in cui azzerare il senso di appartenenza. Policy uso immagini. Calcutta utilizza queste digressioni fulminee nel branding come per sottolineare la bizzarria delle nostre nuove coordinate spazio-temporali, e lo fa in un modo istintivo, quasi non pensato, dando linfa a un suo gusto per rime vertiginose (l’accoppiata “Medjugorie – De Gregori” è da choc), e al tempo stesso offrendo a chi ascolta punti di contatto terreni con la sua esistenza. Non solo: Calcutta è invaso da un’oggettistica priva di ogni referenza simbolica, svuotata di enfasi, anti-poetica, dove lo Svelto per lavare i piatti (un’assenza, perché i piatti sono sporchi) convive con il sito internet dal valore più elevato per il vivere odierno del succitato robottino-tipo (youPorn, in “Gaetano”). Tra queste forme di contrasto radicale, una delle più forti sembra essere la coazione a ripetere gesti che egli stesso non si risparmia dal giudicare, ma dei quali non è in grado di fare a meno, in una tipica forma di dipendenza cosciente e autocompiaciuta. Frosinone – Live Lyrics. Con la stessa rapidità passa dal malinconico-sommesso all’urgente, in uno strappo che ha l’efficacia di un refrain, di quelli che se non arrivano sembra manchi qualcosa. C’è uno (sempre lui) che va di corsa, con la paura di perdere i pezzi ed è il primo a non averne, di riferimenti certi. Oggi non ha più molto senso fare gli astanti sconcertati, quelli che non si spiegano il successo di una costruzione musicale tanto ‘banale’ e di uno stile lirico ‘pretestuoso’. Il Dalla ottimista visualizzava, nella minaccia nucleare globale, la nascita di una famiglia come compimento dell’essere umano. Ancora una volta, guidato da questa forma di consapevolezza duale, si compiace di queste presenze “spurie” nel suo cantare rilevando al contempo l’assurdità della loro importanza. È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in Una ristrutturazione del loser, per i detrattori, di quelli urtanti, poiché non facili da integrare nel flusso, da utilizzare nelle serate tra amici come spalla comica. Mentre parafraso queste parole, sento che questo è il ‘cuore’ dell’identificazione della canzone di Calcutta con il suo pubblico: l’aver colto il senso di insoddisfazione per il punto a cui si è arrivati – o più che altro per ciò che non si è raggiunto – e al tempo stesso difenderne il processo, perché più di questo, in questo vivere davvero stremante, non siamo riusciti a fare, ma noi ci siamo ugualmente, l’urlo c’è sempre, è strozzato e un po’ stonato, ma è roboante. La mia amica cantava strillando di “fiamme nel campo rom” e non me ne capacitavo. pseudo recensione di FROSINONE Calcutta: Significato interazioni, effetti collaterali. Leggi il Testo, scopri il Significato e guarda il Video musicale di Frosinone – Live di Calcutta contenuta nell'album Mainstream +. Come se il punto d’arrivo massimo, oggi, corrispondesse all’elemento minimo su cui siamo stati formati, il mattone come valore essenziale, il focolare domestico come miraggio di serenità e senso di ‘raggiungimento dell’obiettivo’, un traguardo sempre più pulviscolare, arduo da raggiungere, quasi impossibile. password. È per questa ragione, ipotizzo, che le canzoni di Calcutta sono ricche di riferimenti a nomi propri di celebrità (De Gregori e Celestini, “Limonata”) come di precise topografie che possono essere ‘storiche’ nella canzone italiana (“Milano”) o assolutamente inedite (Peschiera del Garda in “Le barche”, Pesaro in “Cosa mi manchi a fare”). Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. “A quest’America daremo un figlio / che morirà in jihad”: il robottino sbrindellato ha un’evidente tendenza alla mistificazione, al ‘farsi film’ nel senso letterale del termine. Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da Su queste basi, a questo punto, l’insicurezza si trasforma in rabbia, espressa sotto forma di minaccia: me ne ritorno a casa e mi metto a fare la cosa più banale, ma forse anche più tristemente quotidiana che potrei fare, ossia guardarmi un film. Che sia in questo stato per scelta o per necessità, non è rilevante (“questa è la mia libertà” è un’affermazione che sembra avere un duplice significato, se ci si vuole leggere dell’ironia). contenuti informativi. Il quadro esplode nel momento in cui il ritornello vira in minore, e raschiate chitarre e un groove più appesantito e feroce rivelano la natura del nostro robottino a pezzi, quando perde il controllo. Persino loro ci sono riusciti, persino loro. Calcutta, il disagio di un cantautore venuto da Latina: "Volevo fare un disco mainstream" Gianni Santoro Edoardo D'Erme ha 26 anni e arriva dai confini dell'Impero romano. Non viene fuori una crisi esistenziale o la disperazione di un amore, un ‘giuro che mi sbronzerò tutte le sere per dimenticarti o ricordarti come non eri’, ma un proposito da cui ci aspetteremmo il conforto della routine domestica: tornare a casa a guardarsi un film. Dopo la solitudine lo smarrimento, e il quotidiano spicciolo come palcoscenico di una relazione che procede a fatica (Ti chiedo scusa per l’appartamento e la rabbia che mi fa / Non ho lavato i piatti con lo Svelto, è questa la mia libertà). Su Rockol trovi tutto sui tuoi artisti preferiti: Lyrics, testi, video, foto e molto altro. Pochi mesi dopo, mi sono ritrovato assediato da intere strofe di Mainstream, sedimentatesi dentro senza nemmeno accorgermi della loro fermentazione. fotografi dei quali viene riportato il copyright. Saremmo diventati normali. Non solo: ha plagiato una comunità che non sapeva di esistere. “L’ultimo dei Mohicani, non so di chi” è il verso che Calcutta usa da ponte per il successivo, dove dice di non sapere nemmeno di chi sia la casa a cui sta tornando, mentre noi si dava per scontato che fosse sua. Una parte cospicua di questo interesse si è riversato su Calcutta anche per effetto  dei fastidi che ha seminato in tanti, probabilmente in tutti coloro che hanno visto materializzarsi un ritratto caratteriale in cui non amavano riconoscersi, e di conseguenza mal sopportando che gruppi così ampi di persone – diciottenni e quarantenni insieme accorsi alla corte di un trentenne – sviluppassero un’adesione così euforica per un profilo tanto abrasivo, uno in grado di piombare nel cuore della notte a casa di una tipa e rovinare ogni buon proposito con la sua dose massiccia di maldestra insicurezza. Il mio errore era soffermarmi sul grado di sofisticazione di quanto stessi ascoltando, ignorando un livello altro della questione: che Mainstream fosse in grado di tratteggiare, in pochi minuti e con un approccio molto diretto, un personaggio protagonista peculiare, da detestare ed adorare al contempo. La precisazione sul suo gusto è necessaria: dopo il primo ascolto ero invaso dallo scetticismo, certi versi mi sembravano volersi arruffianare l’ascoltatore, in una specie di indulgenza compiaciuta verso un’estetica che, all’epoca, mi parve avere a che fare con un generico disagio. Il risultato è l’apice della disperazione: Io ti giuro che torno a casa e non so di chi. Ero sul punto di trasformare questa nottata in uno zenit amoroso, avremmo fatto un figlio insieme, come i protagonisti di “Futura” di Lucio Dalla concepiscono un bimbo come antidoto alla Guerra Fredda, e la vita, probabilmente, sarebbe cambiata per sempre. Sempre su invito della mia amica, ho assistito a due suoi concerti in pochi mesi, rimanendo inutilmente scioccato dalla reazione del pubblico, travolto da un singalong vicino al tributo, un ininterrotto canto all’unisono al limite della raucedine – e il rauco, in Mainstream, è un tratto stilistico carico di significato. Soli contro tutto e tutti, urtiamo e sbattiamo come diavoli della Tasmania, sperando che fortuitamente, tra le altre ombre che ispirano solo rigetto (“A me quel tipo di gente no, non va proprio giù”, ancora Limonata), si possa incontrare quel lampo di empatia che vale una corsa disperata, una “guagliona” incontrata una volta o forse mai di cui non si conserva che un ricordo fugace che vale uno slancio vitale preziosissimo (Oroscopo). In “Futura”, cronaca di una notte andata straordinariamente bene, lo scenario era stellare, spaziale, “in mezzo ai razzi un batticuore”. Un film a caso – L’ultimo dei Mohicani – di cui non si conosce il regista, come a rimarcare con una punta di veleno l’insofferenza per lo snobismo di chi deve associare per forza un autore a un’opera (e chissà che non sia proprio lei e la sua sotterranea saccenza ad avergli ispirato questo commento). L’aspetto della composizione mi suonava palesemente elementare, quasi uno scherno. Dunque deambuliamo a pezzetti, tra luoghi notturni popolati da specchi di noi stessi, in attesa che quella folgorazione si ripeta. Trentacinque anni dopo, persino un modesto appartamento in cui vivere una notte d’amore si trasforma in un’insidia, non riconosciamo le pareti e i nomi sul citofono, il pavimento diventa un terreno minato dove ogni passo può far collassare le proprie buone intenzioni rattrappite.

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